Dopo una lunga vicenda giudiziaria, il TAR Emilia Romagna ha annullato il provvedimento del comune di Bologna -cosiddetto “Bologna città 30”- che -primo in Italia- imponeva il limite generalizzato di velocità dei 30 km orari sulla gran parte (circa il 64%) della rete viaria urbana.
Il Comune bolognese aveva sostanzialmente motivato l’imposizione di un limite così restrittivo con esigenze di sicurezza: minore velocità = meno incidenti = meno morti.
I Giudici amministrativi -pur apprezzando la riduzione degli incidenti avvenuti nel 2024 e 2025 nonché del numero delle vittime della circolazione- hanno statuito che il limite di velocità generalizzato è illegittimo perché adottato in violazione delle competenze regolatorie comunali, che certamente prevedono la possibilità di imporre limiti di velocità ma soltanto in relazione a singole strade aventi caratteristiche peculiari rispetto ad ogni altra strada urbana.
Il sindaco PD di Bologna Lepore e gli esponenti dem, pur definendo l’annullamento “ridicolo”, hanno riconosciuto che esso pone seri problemi amministrativi.
In ogni caso, essi hanno annunciato che il piano “Bologna Città 30” andrà avanti, perché le “Città 30” non sono frutto di un’ideologia ma rappresentano il futuro e, soprattutto, funzionano.
È davvero così?
Davvero il punto fondante delle cosiddette “Città 30” è la sicurezza della circolazione?
Davvero le “Città 30” funzionano?
Davvero questo modello è scevro da implicazioni ideologico-politiche?
A giudicare da ciò che è accaduto e sta accadendo a Cagliari e in tante altre città italiane ogni dubbio è lecito.
L’amministrazione del sindaco Zedda aveva impostato già dal primo mandato, un vero e proprio “restyling” della città nonché una rivoluzione della viabilità cagliaritana che ha impattato pesantemente sull’economia, sulla vivibilità e sull’identità stessa della città.
Il sindaco che gli è succeduto, Paolo Truzzu, aveva promesso un’inversione di tendenza su questi temi, che invece, per tanti motivi, non c’è stata.
Truzzu è stato così sconfitto dapprima alle comunali e poi il voto dei cagliaritani gli è stato fatale per la corsa alla Presidenza della Regione.
Zedda o Truzzu, la “rivoluzione” della viabilità cagliaritana è quindi proseguita ed essa è invece -né può essere diversamente- palesemente frutto di precise ideologie e scelte conseguenti legate alle politiche “green” e, in particolare, alle logiche della ecosostenibilità dei trasporti, con l’incentivazione a usare i mezzi pubblici invece di quelli privati.
La crociata contro le auto è stata però condotta senza approntare, nonostante tutti gli sforzi, delle credibili soluzioni alternative.
Per carità di patria taccio delle piste ciclabili che sono state disseminate ovunque in una città con sette colli e con una popolazione agée.
Il risultato peggiore di tutto questo strampalato dispendio di risorse ed energie degno di miglior causa, è stato però quello di stravolgere l’aspetto della mia amata Cagliari.
Non si spiegano altrimenti scelte controverse e cervellotiche che hanno portato non soltanto al caos più totale del traffico cagliaritano ma, quel che è peggio, all’eliminazione di tante peculiarità cagliaritane in favore di una omologazione che sta rendendo Cagliari indistinguibile da tante altre città costiere del Mediterraneo.
A tutto ciò si aggiunga l’odissea di lavori infiniti che hanno penalizzato e penalizzano quotidianamente tutti i cagliaritani e i cittadini dei comuni limitrofi che lavorano a Cagliari.
Lascio però ad altri, più competenti in materia, di offrire disamine e correttivi, altrimenti finirei per fare la figura di Orsini quando parla di geopolitica o del medievalista Barbero quando parla di riforma della giustizia.
Quello che è certo è che il “caso Cagliari” dimostra per tabulas che non è necessario predisporre piani e/o adottare provvedimenti che limitino la velocità massima a 30 km/h sulla maggior parte della rete viaria urbana.
Per raggiungere questo scopo è sufficiente, ex multis:
– dare il via a faraonici e sconclusionati lavori di restyling green;
– costruire monumentali linee ferroviarie nel centro della città;
– eliminare i parcheggi;
– potenziare insufficientemente e non diversificare le opzioni di trasporto pubblico;
– disseminare piste ciclabili ad mentula canis;
– restringere le strade sino a renderle impraticabili sia per i cittadini sia a chi usa i mezzi per lavorare;
– fare i lavori tutti insieme in modo che i disagi siano maggiori;
e tanto altro ancora.
Il resto viene da sé.
E nessun TAR potrà dire niente.
Chissà che questa sentenza del TAR Emilia-Romagna definita “ridicola” possa invece segnare un punto di svolta e rappresentare la nemesi della realtà e dei desiderata della maggioranza dei cagliaritani sull’ideologia.